
Non vesto alla moda, mi esprimo in un linguaggio desueto, ho la erre moscia e assomiglio a un seminarista. Però mi piace il rock.
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- Chi è Marisa Allasio?
Attrice torinese attiva negli anni '50. Maggiorata. Il suo più grande successo è Poveri ma belli, storia di un'Italia modesta e dignitosa in cui si riusciva a gioire di fronte a una ragazza con la quinta di seno. Ora tutto è cambiato. Nel 1958, Marisa ha sposato un conte e si è ritirata dalle scene. Non esistono foto della Allasio nuda. Non le troverai qui, né altrove. Ma puoi scaricare la canzone che le hanno dedicato i Diaframma. O in alternativa cercare il topless di Sophia Loren.
- Moreno Torricelli è ancora in attività ?
No, il contratto con l'Arezzo è scaduto la scorsa estate. Moreno è disoccupato e si allena al Ciocco. È disponibile per piccoli lavoretti in casa: ripara le perdite d'acqua, imbianca la cucina e aiuta a montare i mobili Ikea. Solo zona Brianza. Chiamare ore pasti.
- A chi rivolgersi per installare un impianto di riscaldamento?
Vedi risposta precedente.
- Gianfranco Fini è innamorato di Stefania Prestigiacomo?
Certo, hai visto sua moglie? Ma Stefania è sposata con un notaio, il classico buon partito. Tu lo lasceresti?
UPDATE: ora attendiamo il divorzio di Stefania.
UPDATE II: niente da fare, a Gianfranco piacciono le strappone.
- L'idrolitina ha effetti collaterali?
No, ma se dopo cena hai un appuntamento con una ragazza, non la mischiare con i peperoni.
- Cristoforo Colombo era italiano?
Cristoforo Colombo non esiste. È un personaggio inventato del Kgb per minare alla base la storia degli Stati Uniti.
- Mi piacerebbe saperne di più sulla grande cantante Rita Pavone, recentemente scomparsa.
Non è scomparsa, menagramo. La prima parte della sua biografia è lì. La seconda è qui.
- I giovani si annoiano?
Io sì. Tu pure? Prova ad aprire un blog.
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No, non sono rimasto sotto le macerie.
Ma grazie a tutti per il pensiero, eh.
La corta è [...]
[...] sorta di resa incondizionata al lento fluire degli eventi. Il mio occhio sinistro, in netto disaccordo dal destro, ha incominciato a vivere di vita propria, garantendosi un'indipendenza che non aveva mai dato segno di desiderare con rapidi e improvvisi, quanto inspiegabili, movimenti sussultori della palpebra. Non è un'arguta metafora politica, ma l'amara realtà: mi trema l'occhio. Che non è proprio come dire mi batte il cuore o mi fischiano le orecchie, ma è sempre meglio di mi cadono le braccia e mi prudono le mani. A meno che, in quest'ultimo caso, non ci sia nelle vicinanze una persona veramente antipatica.
Succede da un anno o forse da un anno e tre mesi, ma in entrambi i casi non c'è nulla che giustifichi questa inopportuna presa di posizione: non un amore finito, un lavoro perduto, un ricordo svanito, un trauma cranico. Tanto più inopportuna in quanto lo sgradevole fenomeno si manifesta senza preavviso, con qualsiasi condizione atmosferica e soprattutto in situazioni di forte stress, che sono purtroppo molto frequenti, non tanto perché faccia la vita di Indiana Jones, quanto perché la mia capacità di reazione agli imprevisti è quella di un impiegato dell'emeroteca a cui viene chiesto il numero 4 dell'Europeo quando mancano dieci minuti alla chiusura. Impiegato dell'emeroteca che, ci ho riflettuto a lungo, è proprio ciò che vorrei diventare, se non fossi chiamato a più alti compiti: sconfiggere Dario III, entrare a Persepoli e fondere Oriente e Occidente in un unico Impero. Alla prima riunione del Consiglio dei diadochi, abolire l'uso delle infradito in città da parte delle donne e in qualsiasi luogo fisico o della mente da parte degli uomini.
Ma torniamo all'occhio, puntando a limitare il numero delle avversative, quanto meno di quelle introdotte dalla congiunzione "ma". Quando il male, non ho più remore a chiamarlo così, si è impossessato di uno dei miei due principali mezzi di conoscenza del mondo esterno, ho preferito sottovalutarlo, almeno inizialmente, attenendomi a un principio che informa la mia vita fin dal 1986, quando la maestra mi disse che tutti i miei compagni di classe riuscivano a leggere senza sforzi il trapassato remoto del verbo essere, scritto a caratteri cubitali sulla lavagna: nessun problema esiste, questo è il principio, fino a quando una persona di indubbia autorevolezza e sicura influenza sul mio futuro non lo giudichi tale.
Stavolta, però, ho ben presto cambiato atteggiamento. Prendendo il coraggio a due mani e brandendolo come un'arma invincibile - la spada nella roccia fuori dalla roccia, le frecce di Apollo teleguidate da Atena - ho estratto dallo scaffale l'enciclopedia medica vinta con i punti Esso e ho verificato che la palpebra ballerina non fosse il misconosciuto sintomo di una delle dieci malattie più gravi dell'umanità, gotta, scarlattina e legionella comprese. No, la palpebra ballerina fa sintomo a sé, come la Provincia autonoma di Bolzano, e per sconfiggerla bisogna prima imparare a conoscerla. E non si può dire che non ci abbia provato, ma la palpebra è stata sempre più veloce di me quando ho cercato di sorprenderla catapultandomi davanti a uno specchio alle prime avvisaglie di tremolio.
Poi mi sono scocciato, nonostante fossero passati non più di 13 minuti dalla scoperta del male, ma 13 minuti densi di eventi e di repentini cambi d'umore, dalla rabbia alla più cupa disperazione, passando per la catalessi e l'insoddisfazione personale. Ho deciso di arrendermi e di fingere che la palpebra sbarazzina sia un vezzo da intellettuale malaticcio, di quelli che fanno impazzire le donne. Ora la esibisco con compiacimento, mentre declamo il trapassato remoto.
E non solo del verbo essere.
Chi indovina di quale trasmissione tv è la sigla vince un premio:
Canned Heat - Time Was
Non è un tic, ma più una... [continua]
"Sei come tuo padre, a voi i soldi non interessano", dice mia madre con una punta di rimpianto e due di rassegnazione. Non è del tutto vero, perché la prima delle due notizie che caratterizzano questo breve aggiornamento è che ho gioito, ma solo in cuor mio, per il primo aumento della mia vita. Mi è stato annunciato con ampio uso di sottintesi dal mio capo, che chiamo così per evitare di dover coniare nuove fantasiose metafore.
"Per quella cosa di cui abbiamo parlato... [pausa di complice intesa] ...è tutto ok, scatterà dal primo aprile [non scherza]. Non diventerai ricco [fa bene a precisarlo], ma non si tratta nemmeno di una presa in giro. È un segno di attenzione da parte del giornale, insomma [smette per un istante di parlarmi come se fossimo iscritti alla P2], non è un aumento di un euro". Probabilmente è un aumento di cinque e sarà allora che mi sembrerà di viaggiare gratis in funicolare.
La seconda notizia è che il blog diventa privato, ma a partire dal 12 dicembre del 2016. Intanto, la lettura di 40 delle 139 pagine di cui è composto Il paese delle nevi, romanzo giapponese che parla dell'incontro tra un uomo in cui tutti ci potremmo riconoscere e una donna che tutti vorremmo esistesse realmente, se non mi permette ancora di definirmi esperto della millenaria cultura dell'Impero del Sol Levante, mi spinge ad abbandonare le lusinghe della prolissità e ad abbracciare i tormenti della stringatezza. Poi magari a pagina 132 lei lo ammazza e io ricomincio a scrivere interminabili mattoni.
Dammi solo un minuto.
Vi sto chiedendo di credere. Non tanto nella mia capacità di cambiare veramente questo blog. Vi sto chiedendo di credere nella vostra. Cinque inizi che non hanno mai trovato la fine e, a dire la verità, nemmeno uno straccio di seguito. Scegliete quello che preferite e io proverò a continuare. La vostra voce può cambiare il mondo. La vostra voce può cambiare questo blog.
1) Come a Nocera Inferiore, così a Crotone e dunque in tutti i paesi con meno di 65 mila abitanti che si trovano a sud della Linea Gustav, giovani donne dal fisico minuto, la vita sottile e la pelle di pesca, le gote macchiate da un virginale rossore - immaginate Audrey Hepburn che parla come Tina Pica - sono solite trascorrere le ore più liete e spensierate della loro esistenza ancora rigogliosa di speranza al fianco di uomini meno giovani e meno minuti, solitamente riconoscibili per la loro invidiabile capacità di indossare con nonchalance giacche con collo in pelo d'inverno e infradito d'estate, che non esiterei a definire con la qualifica che dalla notte dei tempi spetta loro, cioè quella di bruti.
2) Giacomo Leopardi entra prima di me nella stanza in cui un ufficiale depresso supervisiona svogliatamente lo svolgimento di un puzzle in cinque pezzi, a forma di trapezio. Sono nel purgatorio che attende chi non risponde esattamente alla terribile sequenza delle domande sui fiori, nonostante abbia dimostrato ampiamente la mia salute mentale spiegando a un armadio il senso, se non proprio il significato, del verbo "imprecare". Leopardi non riesce a far quadrare il trapezio e non perché si sforzi di sembrare più fesso di quanto in effetti sia, cioè molto. Leopardi è svogliato, perché ha un asso nella manica. "Guarda", mi ha detto poco prima con la voce più simile a quella di Vito Corleone dopo l'agguato davanti al fruttivendolo che abbia mai sentito, mentre si alzava la maglietta e mostrava sulla schiena una cicatrice lunga quanto un avambraccio. Di un corazziere. "Questa me l'hanno fatta quando mi hanno operato ai polmoni. Io non posso fare il militare". E non puoi fare tante altre cose, bello mio, ho pensato, distogliendo lo sguardo verso quanto di più bello avessi di fronte in quel momento: il muro.
3) C'era un gruppo che suonava cover di canzoni metal in mezzo a un'accozzaglia di simboli pop gettati a caso nell'ennesimo locale-scantinato, dotato questa volta anche di un malizioso soppalco dal quale vedere e non essere visti, mentre il chitarrista dallo sguardo vacuo fissava un punto indistinto alle spalle del batterista, cioè il muro che divideva il locale in due, da una parte la zona metal, genere musicale che credevo, anzi, auspicavo, confinato ormai nella cerchia ristretta degli adolescenti con fantasie grandguignolesche destinati a crescere, ad entrare in una setta satanica o a trasformarsi in lupi mannari, dall'altra, appunto, la sala dei simboli pop, ovvero il poster di Jimi Hendrix che brucia la chitarra, la targa della metropolitana di Londra, l'arpa celtica della Guinness, la foto autografata di Simona Ventura.
4) Il mio fallimentare ingresso nel mondo del giornalismo politico avviene in punta di piedi, dall'ultima fila di una sala affollata in cui una giovane e bella deputata di destra, di cui non faccio il nome perché ho intenzione di prenderla in giro e perché ho appena deciso di fare della precarietà la giustificazione a tutte le mie nefandezze passate, presenti e future, si prepara a tenere una conferenza stampa in cui attaccherà il presidente della Regione. Dietro di me, barcolla uno striscione con una scritta misteriosa: "M., non sei sola anche quando sei sola", dove, credo, il secondo "sola" è un sostantivo e va scritto con l'accento grave sulla o.
5) Di fronte alla casa di su, ritirano la spazzatura perché la zona è per bene, ci sono le palme e una scuola privata e, se sporgi la testa, vedi il mare e il Vesuvio. Di fronte alla casa di giù, ritirano la spazzatura perché, dicono i tg, i vicini e il salumiere, la zona è controllata dalla camorra e "ci sappiamo far rispettare". Se non fosse per la voragine larga 5 metri e profonda 15 che si è aperta a pochi passi dalla casa di su, non mi sarei mai accorto che Napoli sta cadendo a pezzi.
Comprare i fuochi d'artificio nei negozi autorizzati.
Stairway to heaven - parte seconda
Dal balcone della grande cattedrale, una giovane donna osserva in lontananza la lunga colonna di mezzi della polizia che si snoda per le vie della capitale, diretta all'università. Banchi, sedie, cattedre e lavagne fanno da precarie barricate. Gli studenti attendono in migliaia, muti e decisi a resistere.
"Sono stata io ad aver scatenato tutto questo?", si domanda retoricamente la ragazza.
"Non dire cazzate e torna giù. Tra dieci minuti inizia lo spettacolo", risponde esasperato un vecchio signore, ex cantante confidenziale, un tempo noto per il suo aplomb inglese.
La ragazza lo ignora, gli occhi fissi sui flic che scendono dalle camionette e sembrano non finire mai.
Parte il primo fumogeno.
È il 3 maggio 1968. È Parigi. La ragazza non si chiama Esmeralda e ha i capelli rossi.
L'anno in cui i giovani di tutto il mondo provano a scrivere il secondo atto di una rivoluzione che i loro genitori hanno lasciato a metà si apre con la creazione di Ritaland, l'etichetta discografica attraverso cui Rita Pavone intende liberarsi dal giogo delle multinazionali e abbattere a colpi di fantasia le mura ormai pericolanti dell'onore, del rispetto, della famiglia, della religione, della sicurezza e di tutte quelle convenzioni borghesi che gli uomini tendono a rivalutare dopo aver compiuto trent'anni. "This machine kills fascists", c'era scritto sulla chitarra di Woody Guthrie. "Palla pallina", rilancia Rita nel suo primo indimenticabile singolo per la nuova etichetta, che sul lato B presenta l'incalzante "Il raffreddore": diventerà l'inno dell'autunno caldo 1968.
Gli impegni per Rita si susseguono a ritmi forsennati. Il cinema e la musica italiana sembrano non poter fare a meno di Pel di carota. Gira "La coppia più bella del mondo" insieme a Walter Chiari. Da quella esperienza nasce "Zucchero", la canzone con cui arriva in finale al Festival di Sanremo del 1969, allo stesso tempo raffinata metafora e duro atto d'accusa contro il diffuso utilizzo di cocaina nell'ambiente dello spettacolo italiano. A chi le fa notare che per accorgersi dell'utilizzo di cocaina nell'ambiente dello spettacolo italiano non c'è bisogno di una canzone, ma basta guardare la faccia di Maurizio Vandelli, Rita risponde: "Maurizio chi?". Ma nel 1970 è Walter Chiari a essere arrestato con l'accusa di consumo e spaccio di cocaina. In realtà l'attore, si scoprirà qualche anno più tardi, è vittima di un complotto ordito dal gelosissimo Teddy Reno. Walter, infatti, aveva perso la testa per Rita, l'unica donna in grado di fargli dimenticare il più grande amore della sua vita: Ava Gardner.
È il momento di massima fama per la venticinquenne Rita Pavone, a cui perfino i Pink Floyd rendono omaggio in "Meddle", album del 1971 che apre la strada al successo planetario di "The dark side of the moon". Making a date for later by phone, si sente chiaramente nel testo di "San Tropez", ma in Italia nessuno conosce l'inglese, a parte gli appassionati di progressive e Maurizio Vandelli, che ha tradotto in italiano e spacciato per proprio metà del beat britannico degli anni '60. Maurizio è quindi l'ultima persona al mondo interessata a smentire la versione secondo cui le vere parole pronunciate da Roger Waters siano making a date for Rita Pavone. Parole che, peraltro, non hanno alcun senso, ma che, secondo gli italiani, vogliono dire che Roger Waters ha chiesto un appuntamento a Rita Pavone. Ci credono tutti. Anche Teddy Reno, che vuole regolare i conti con il bassista dei Pink Floyd e prenota il primo aereo per Londra. Non supererà il check-in perché Teddy Reno è il suo nome d'arte e quello vero nessuno se lo ricorda più.
"Rita è più famosa di Gesù", titola il poco originale Osservatore romano all'uscita de "Gli italiani vogliono cantare", tredicesimo disco della Pavone in nove anni. Ma anche le storie più belle devono avviarsi a una conclusione, se non altro perché quello che gli italiani vogliono cantare negli anni '70 non assomiglia più a "Viva la pappa col pomodoro". "Amici mai", brano sanremese del 1972, è un flop colossale, ma ispirerà a Berlinguer e Moro l'idea del compromesso storico. Rita non ha più il polso della situazione e il minimo che si può dire dei suoi singoli successivi ("Amore ragazzo mio", "L'amore è un poco matto", "Amore scusami", "Io che amo solo te") è che tendono a non cogliere lo spirito del tempo. Sembra, però, che Renato Curcio cantasse "L'amore è un poco matto" a Mara Cagol prima di ogni rapimento, gambizzazione o rapina.
Pel di carota tenta il rilancio attraverso il teatro e la televisione, ma, su suggerimento di un Teddy Reno sempre all'avanguardia, sceglie come partner i decotti Macario e Carlo Dapporto, che è un po' come se oggi Nek volesse ritornare sulla cresta dell'onda interpretando il figlio di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. All'alba degli anni '80, a Rita non resta che provare a perpetuare nelle giovani generazioni il ricordo di una cantante e attrice che a vent'anni era così sensuale da essere scelta per recitare nel ruolo di un ragazzino di dieci.
La Pavone ha ancora tempo e voglia di sfornare canzoni del calibro di "Triangolo d'amore", "Amore a metà" e "Te imploro amor", prima di cambiare sentimento e di provarci con "Amiche". Nel 1995, pubblica l'album "Ritorna Rita Pavone", che a quel punto è soltanto una minaccia, mentre nel 1997 scrive "Nel mio piccolo", l'autobiografia di cui nessuno capisce il titolo ironico. Nel 2001, finalmente, le presentano Maurizio Vandelli, con cui conduce "I ragazzi irresistibili", il programma televisivo che rappresenta la risposta privata alla legge Bacchelli.
È la notte del primo gennaio 2006. Il nuovo anno è iniziato da un'ora e dieci, ma c'è ancora qualche italiano sintonizzato su Rai Uno. Un vecchio che non riesce ad alzarsi dalla poltrona o un bambino che si è addormentato sul divano, probabilmente. Rita Pavone sale sul palco e canta una canzone. "È l'ultima volta che mi esibisco in pubblico", annuncia emozionata, "stanotte si conclude la mia carriera".
Carlo Conti applaude, Teddy Reno è in platea con gli occhi lucidi.
Io, francamente, continuo a giocare a tombola.
Certe volte...
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